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May 08

Vi presento Emma...

Vi presento mia nipote Emma!!!!!!

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April 29

Poli1 batte Cattolica 86 a 84 !!!!!!!

www.stelladellealpi.it/polibasket
Le parole di Samba (coach): ...l’arrivo di quella vittoria (purtroppo ancora non è finale) che attendevo da quasi 3 anni!!!

Cronaca:

Partita bellissima che praticamente è ripresa esattamente dove l’avevamo lasciata 2 settimane fa ovvero su un livello agonistico impressionante e sul +2 per la Cattolica (75-73 al Crespi); infatti, ore 18.30 al C.S Fenaroli si riparte: un minuto sullo zero a zero e poi via allo show: Cattolica con numerose assenze (Anzivino, Lego ecc), Politecnico senza il fortissimo capitano Capelli, l’assente cronico Fitié e Luchino Cantù,il playmaker titolare, la cui assenza si aggrava subito causa l’infortunio dopo soli 5 minuti del suo sostituto naturale (Fabio Grotta). Per fortuna Guffanti e Colombo si alternano con successo portando il Politecnico sul 18-15 al termine del primo quarto (Colombo ne mette 11 da solo). Il secondo quarto vede un grandissimo equilibrio dove Parravicini (Cattolica) e Guffanti (Politecnico) salgono in cattedra e portano a metà gara le rispettive formazioni sul 38-37 a favore del Poli; con loro, sotto canestro la fanno da padroni Vanoli (C.), Breganze (P.) e Matteo Zanirato, il neo acquisto dello squadrone di P.za Leonardo Da Vinci che, gettato nella mischia dal coraggioso Samba, si propone subito con la decisione e l’autorità di un senatore! Nel terzo quarto c’è bisogno di rifiatare e mentre il Prof. Mondoni insiste circa con gli stessi giocatori, Samba mette in campo, x così dire alcune seconde linee…ma qui la gara si fa davvero incredibile: Costa e Mancini lottano come leoni, attacco e difesa, annullando, nella prima metà del quarto, l’offesa della Cattolica, mentre in attacco l’alternanza tra i vari Guffanti, Colombo, Copponi e M’Pombo porta il Poli addirittura a +11!!! La Cattolica non molla e così De Lorenzo, Marconi, Lattanzio e il solito Parravicini riportano i campioni in carica a -3 a dieci minuti dal termine!!! L’ultimo quarto è puro spettacolo, alternanza continua al comando quando ad un minuto e dieci secondi dalla fine si è sul 75 pari…Parravicini 77-75, Guffanti 77-77, ancora Guffanti 77-79, Marconi 79-79, Breganze 2 liberi su 2 e 79-81, Colombo un libero a 25 secondi dal temnine e il risultato è 79-82…sembra fatta come due settimane prima quando però il Poli fu gelato a 5″ dal termine da una bomba da 3 di Parravicini che infatti, puntuale, si ripete e siamo ancora pari (82-82). contropiede di Colombo (82-84), ribaltamento e Lattanzio pareggia…5…4…3…2…Guffanti contropiede…canestro..esplosione di gioia x i ragazzi di Samba che finalmente può andare a firmare il referto a testa alta davanti a Prof. Mondoni che, lamentandosi di un arbitraggio effettivamente abbastanza generoso da entrambe le parti, si lagna per le propie assenze e si allonatana scuro in volto.

Grandissimo match, vero che c’erano assenze importanti da ambo le parti, comunque due grandi squadre, un grande basket…speriamo si possa parlare di atto finale il 10 giugno!!!

Considerazioni:

La situazione del campionato è davvero interessante: la matematica promuove cmq la Cattolica come prima classificata, S.Raffaele, Poli2 e IULM eliminate ma Studi e la sorprendente Bocconi ancora in piena bagarre per i Play-off che, a questo punto, visti gli scontri diretti e le partite che rimangono da giocare, vedono il Poli1 praticamente sicuro del secondo posto e una Bicocca quasi condannata all’eliminazione!!!

Vediamo come andrà a finire!!!

Samba

PS: Il link all’articolo su cusmilano.it 

Lakers 2-1 nella serie!


L.A. Lakers-Phoenix 99-92 (2-1)
La tattica di Phil Jackson, rallentare il più possibile i Suns in attacco e provare a fare male alla difesa di Phoenix da sotto canestro, mette in difficoltà la truppa di Mike D’Antoni anche in gara-3. I Lakers ancora una volta non si affidano solamente alle invenzioni di Kobe Bryant, il quale mostra grande altruismo e chiude con solamente 17 punti. Los Angeles però mette cinque giocatori a referto in doppia cifra e porta a casa il successo grazie soprattutto alla produzione nella zona pitturata di Kwame Brown, Lamar Odom e Luke Walton. Brutte notizie per Steve Nash e compagni che sembrano aver perso fiducia nei propri mezzi. "Stiamo soffrendo sotto canestro e regaliamo troppi rimbalzi offensivi – commenta il giocatore canadese – ma questo non vuol dire che non possiamo passare il turno". Per far fuori i Lakers però i Suns dovranno cambiare registro in fretta. In questo momento, infatti, la squadra di Los Angeles sembra aver preso il controllo della serie.
L.A. Lakers: Parker 18 (9/12, 0/4), Bryant, Walton 17, Odom 15. Rimbalzi: Odom 17, Brown 11, Walton 10. Assist: Bryant 7.
Phoenix: Marion 20 (8/17, 0/2), Thomas 18, Nash 17. Rimbalzi: Marion, Nash 7. Assist: Nash 11.

April 26

precarietà

"Dall'Italia mi giungono notizie allarmanti: la legge sul primo impiego viene ritirata in Francia dopo poche settimane di mobilitazione studentesca e da voi la legge 30 resiste senza opponenti dopo anni. Permettimi allora una breve riflessione Nessuna opportunità è più importante dell'opportunità di avere un lavoro. Politiche volte all'aumento della flessibilità del lavoro, un tema che ha dominato il dibattito economico negli ultimi anni, hanno spesso portato a livelli salariali più bassi e ad una minore sicurezza dell'impiego. Tuttavia, esse non hanno mantenuto la promessa di garantire una crescita più alta e più bassi tassi di disoccupazione. Infatti, tali politiche hanno spesso conseguenze perverse sulla performance dell'economia, ad esempio una minor domanda di beni, sia a causa di più bassi livelli di reddito e maggiore incertezza, sia a causa di un aumento dell'indebitamento delle famiglie.

Una più bassa domanda aggregata a sua volta si tramuta in più bassi livelli occupazionali. Qualsiasi programma mirante alla crescita con giustizia sociale deve iniziare con un impegno mirante al pieno impiego delle risorse esistenti, e in particolare della risorsa più importante dell'Italia: la sua gente.
Sebbene negli ultimi 75 anni, la scienza economica ci ha detto come gestire meglio l'economia, in modo che le risorse fossero utilizzate appieno, e che le recessioni fossero meno frequenti e profonde, molte delle politiche realizzate non sono state all'altezza di tali aspirazioni. L'Italia necessita di migliori politiche volte a sostenere la domanda aggregata; ma ha anche bisogno di politiche strutturali che vadano oltre - e non facciano esclusivo affidamento sulla flessibilità del lavoro. Queste ultime includono interventi sui programmi di sviluppo dell'istruzione e della conoscenza, ed azioni dirette a facilitare la mobilità dei lavoratori.
Condividiamo l'idea per cui le rigidità che ostacolano la crescita di un'economia debbano essere ridotte. Tuttavia riteniamo anche che ogni riforma che comporti un aumento dell'insicurezza dei lavoratori debba essere accompagnata da un aumento delle misure di protezione sociale.

Senza queste la flessibilità si traduce in precarietà.

Tali misure sono ovviamente costose. La legislazione non può prevede che la flessibilità del lavoro si accompagni a salari più bassi; paradossalmente, maggiore la probabilità di essere licenziati, minori i salari, quando dovrebbe essere l'opposto. Perfino l'economia liberista insegna che se proprio volete comprare un bond ad alto rischio (tipo quelli argentini o Parmalat, ad alto rischio di trasformazione in carta straccia), vi devono pagare interessi molto alti.

I salari pagati ai lavoratori flessibili devono esser più alti e non più bassi, proprio perché più alta è la loro probabilità di licenziamento. In Italia un precario ha una probabilità di esser licenziato 9 volte maggiore di un lavoratore regolare, una probabilità di trovare un nuovo impiego, dopo la fine del contratto, 5 volte minore e che fino al 40% dei lavoratori precari è laureato.
Ma se li mettete a servire patatine fritte o nei call center, perché spendere tanto per istruirli?
Grazie per l'ospitalità.”
Joseph E. Stiglitz

premio nobel per l'economia

April 10

tasseranno i tuoi risparmi

Dunque, riflessione matematica per i seguaci del cavaliere:
 
Aumento tassazione NUOVI bot, cct ecc. (titoli di stato) dal 12,5% al 20% ovvero, analizzando le quote differenziali dal caso base, +7,5%
 ovvero nel caso medio di rendimento bot del 1,2%...vabbè facciamo 2% per stare LARGHISSIMI avremmo un aumento delle tasse sul totale dell'investito di 7,5% * 2% = 0,15% (per esempio se uno avesse 100mila euro pagherebbe 150euro in più di tasse sui rendimenti... ora,chi ha 100mila euro in BOT???? e soprattutto, su 100mila euro cosa glie ne frega di 150 euro in meno di rendimeno???)
 
Diminuzione tassazione TUTTI c/c bancari e postali dal 28% al 20%
-8%  che viene applicato a rendimenti di poco superiori a quelli dei BOT nella PEGGIORE delle ipotesi (ovvero spesso più alti di quelli dei BOT CCT ecc.) Questo significa che -8% * tasso d'interesse sul deposito (più alto del 2% prima ipotizzato per i BOT) = moooooooooooooolto di più di 0,15%
 
non mi sembra che il ragionamento sia complesso. E ALLORA CHE CAZZO DICE CHE TASSANO I NOSTRI RISPARMI QUANDO LA VERITà è CHE LA TASSAZIONE è SOLO REDISTRIBUITA ED IN PIù IL TOTALE è PURE POSITIVO??? (OVVERO PAGHEREMO MENO TASSE NON DI PIù)
 
PS: se il mio ragionamento è sbagliato vi prego di farmelo notare e sarò felicissimo di discuterne con voi. magari sbaglio io.
 
March 27

lettera dal Kenya - Daniele, Beppe e Andrea

“…ed è subito sera”. Credo sia una poesia di Quasimodo. E’ diventata un po’ il motivo portante di questa mia vita qui, a Chaaria. Mi accorgo di quanto sia vero proprio in questo posto, proprio adesso in cui rubo qualche minuto alla routine in ospedale per scrivervi.
Non me ne sono accorto, e quasi due mesi sono passati. Un giorno per volta, un passo dopo l’altro, mi sembra di aver fatto tanta strada e nello stesso tempo di essere fermo.
Dalla mia camera si vede l’alba. Ogni mattina spengo la sveglia –maledico la sveglia- e, ancora sdraiato, 6 e 20, apro le tende. Apro anche la finestra, mi piace il fresco del mattino, mi aiuta a svegliarmi. E’ tutto tranquillamente in ombra, le vacche dormono, il bananeto non si muove. E di colpo esce fra le foglie di banana un disco arancione.
Sembra che quella palla rossa, enorme, sia lì apposta per me, a guardarmi in faccia per dirmi che sono vivo, e se mi sbrigo a saltare fuori dalle lenzuola è meglio. Non capisco cosa sia diverso nel cielo, è come se fosse pronto a piombarti sulla testa, è come se fosse piegato ad abbracciarti. Probabilmente sarà per la diversa curvatura della Terra all’equatore. Non mi interessa. Mi piace pensare che sia Dio che stringe al petto con amore i suoi figli prediletti: i miserabili, i sofferenti che abitano qui. E che sono quelli che ama di più non perché sono più buoni. Ma perché sono poveri.
Così comincia un’altra giornata. La messa come prima cosa. Per dare energia, per trovare un motivo per tutto quello che ci circonda. O almeno dovrebbe essere. In realtà vi confesso che ho talmente sonno che tante volte riprendo conoscenza quando qualcuno seduto vicino a me mi scrolla per darmi il segno della pace.
Di lì in poi si comincia a correre. Perché ha detto Madre Teresa :”non sia mai che qualcuno venga da voi e non se ne vada migliore di com’era quando è venuto, più felice.” Questo cerco di propormi ogni mattina. Spesso non ci riesco.

E’ difficile spiegare Chaaria. Perché è difficile spiegare i sentimenti a parole. Ed i sentimenti sono forti, e sono in contrasto fra di loro. Sono occhi, grida, sorrisi, lacrime. Sono volti, nomi, odori.
Chaaria è Glory, che non sa perché, ma a 12 anni ha un tumore. Troppi soldi per operarsi. Maledetti soldi. Sempre loro. Troppo tardi per cercare una soluzione. C’è un angelo in più, adesso, in cielo. Un angelo troppo piccolo per capire, troppo lontano adesso dal suo papà che piange.
Chaaria è Susan, che non ha fatto niente di male. Ha l’AIDS. Senza colpa. Solo è nata dove non doveva. Susan sorrideva, sempre, mi salutava con la mano sinistra. Mi ha anche ringraziato perché le ho tolto un dente che le faceva male. Non è una bambina, è un fiore, dolce come un bacio. Mi sorrideva anche la sera se passavo a toccarle una mano. Ma è fragile, Susan. Troppo il peso della sofferenza sulle sue ossa leggere. Susan è una fiammella che si allontana sempre più. Susan è un angelo con un’ala rotta, è scesa per farci capire quale preziosa meraviglia sia la vita.

Stasera, proprio mentre scappavo dall’ospedale per venire a scrivervi, si sentiva da una radio quella canzone di non so più chi, che dice “ … but if God was one of us…”. Già, se Dio fosse uno di noi, cosa gli direi...
Lo ringrazierei per l’alba, i fiori del frangipane, gli alberi di banana, i mango. Per la risata di Makena, le gambe di Kanana, il sorriso di Beppe, la voce di Lorenzo. Perché respiro. Forse ci litigherei. Gli urlerei in faccia. Come Vecchioni che canta “ora facciamo due conti io e te, Signore!”. Perché non fai qualcosa?
In questa mia fede traballante mi convinco sempre più che, se Dio c’è, è qui, con i poveri, con quelli che soffrono. Non fa quello che vorrei io. Non è un Dio prestigiatore, che fa i miracolini per far vedere che può. E’ un Dio che sta con gli ultimi. Anzi, sta proprio in fondo alla fila. Lui era lì. Con Glory. A tenerle la mano, in silenzio. Lo so.

Certo, la rabbia a volte è tanta. Non so se la notizia sia arrivata in Italia, ma qui la scarsa stagione delle piogge ha portato la carestia. Giustamente persone di buon cuore si sono attivate per portare sollievo a una popolazione sofferente. Così una dolce vecchietta neozelandese, amministratore delegato di una multinazionale che produce alimenti per animali, ha offerto in dono diversi quintali di mangime per cani, “per alleviare la fame dei bambini del nord del Kenya”. Complimenti! E’ grazie ad iniziative costruttive come questa che Beppe Grillo può mantenere attivo il suo blog.

L’UNDP ha calcolato che basterebbero 40 miliardi di dollari, lo 0,1% del prodotto interno lordo mondiale, per garantire a tutti, in tutto il mondo, i servizi sociali di base. Ogni anno spendiamo circa 1000 miliardi di dollari in armi, quasi 500 in pubblicità, 50 in sigarette, 11 in gelati. E circa 20 in cibo per animali. Guardando tutto da quaggiù, non mi sento per niente fiero di essere un abitante di questo pianeta.

Ma non vorrei che con tutto questo mi pensaste triste, o scoraggiato. L’unica cosa ho tanto sonno. Ma sento verissimo quello che dice Frei Betto: "Nella vita per essere felici serve solo un po’ di pane, del buon vino e un grande amore". La vita semplice, come dice Gesù: beati, si, beati i cuori semplici. E’ la semplicità che fa scoprire una libertà interiore. E’ di questa libertà del cuore che, credo, tutti abbiamo sete. Una mia grande amica mi ha detto una volta che i poveri sono una straordinaria ricchezza. Credo sia vero.
E poi non ci sono solo Glory e Susan. Solo che spesso (capita anche a voi?) spendo più tempo a pensare alle ombre che alle luci.
Vorrei raccontarvi di William, che lavorando si è distrutto una mano. Con Gian l’abbiamo ricostruita, ed ho visto ieri che riesce di nuovo a muovere il pollice. Che figo! Potrei raccontarvi di Kangai, che ha partorito dopo un bruttissimo intervento una bimba che sarà una fotomodella o almeno un premio Nobel. La settimana scorsa è andata a casa, mi ha salutato con quel suo orrendo sorriso sdentato bellissimo. O di Isidoro, uno dei nostri Buoni Figli, un dolce vecchietto di 5 anni che non dimostra per niente i suoi 60. Che salta di gioia quando lo portiamo in macchina a bere una cocacola in “città”, che mi ferma per mostrarmi orgoglioso la sua tartaruga che ha chiamato Brother Moris. Ma non c’è più tempo, vi parlerò ancora di loro. Adesso è tardi, devo tornare in ospedale. Poi bere una birra e poi andare a dormire. Magari dopo averne cantate un paio con Andrea. Canzonacce da osteria, o canzoni d’amore con la chitarra. Come se fossimo da sempre in vacanza.

Ho sentito in un film una frase dura, che mi ha colpito. Diceva circa così: faranno vedere tutte queste cose al telegiornale, la gente dirà “che vergogna”. Poi prenderà in mano la forchetta e ricomincerà a mangiare cena. Forse è proprio così. Ma non dobbiamo rassegnarci. Non dobbiamo abituarci. Si può cambiare. “il sole nasce anche d’inverno. La notte non esiste: guarda la luna” diceva una canzone qualche anno fa. Il mondo può cambiare. Siamo noi che possiamo cambiarlo. Noi, tutti insieme. Un pezzo alla volta.

Non so se il Signore mi ha voluto qui per cambiare il mio pezzettino. Credo che ci proverò. Di sicuro sono felice. Un grande abbraccio a tutti".

February 17

World Community Grid - FightAIDS

fight aids

http://www.worldcommunitygrid.com/

Invito tutti a visitare questo link e prender in considerazione l'ipotesi di dare un aiuto importante alla ricerca contro l'HIV semplicemente grazie al vostro computer e la vostra connessione ad internet.

In breve, funziona cosi. Scaricate un programmino e vi iscrivete alla comunità, semplicemente mediante un nickname e la vostra mail. Il programma che avete scaricato parte sul vostro pc all'avvio dello stesso (opzione che cmq puo' essere rimossa per farlo partire manualmente quando piu' vi aggrada) e nel tempo di inattività del vostro computer si attiva utilizzando il vostro pc per elaborare dati che poi invierà a un server centrale. Divverrete dunque un nodo di una immensa rete di elaborazione per la ricerca medica contro l'HIV.

E' un'iniziativa incredibile e tutti possono dare il loro contributo con nessun tipo di fatica e non spendendo una sola lira (o un solo euro?) più di quello che cmq spendereste per la vostra connessione.

Spero che anche voi entriate a far parte di questa bellissima iniziativa.

CIAO A TUTTI

KoBi

Questo post mi piace quindi lo ripropongo

Galleria Somalia Somalia nell'occhio del ciclone - Foto di Alessandro Vincenzi.
Con oltre 500 vittime di varie forme di violenza assistite, dall’inizio dell’anno, nei due ospedali della città di Galkayo (Somalia centgrale), Medici Senza Frontiere (MSF) lancia l’allarme sulle continue violenze che imperversano nel paese. La sofferenza del popolo somalo ha ricevuto pochissima attenzione da parte delle organizzazioni internazionali e della comunità internazionale. In Italia, nel secondo semestre del 2004, nessun telegiornale Rai, Mediaset e La7 ha parlato di questa grave crisi umanitaria (Fonte: Osservatorio Crisi Dimenticate – www.crisidimenticate.it).

Speciale malnutrizione NigerCrisi nutrizionale in Niger - Giugno 2005 - Foto di Didier Lefevre/imagesandco.com.
Decine di migliaia di bambini soffrono di malnutrizione in Niger. Da gennaio 2005 al 28 giugno scorso, nei centri nutrizionali di MSF (province di Maradi e Tahoua) sono stati ricoverati più di 9.000 bambini gravemente malnutriti. Più del triplo rispetto all'anno precedente.

Emergenza maremoto in Asia
Reportage fotografico di Francesco Zizola Zizola/Magnum Photos
.
MSF al lavoro nelle zone colpite dallo tsunami.

DarfurConfine tra Ciad e Darfur Reportage fotografico di Francesco Zizola/Magnum Photos.
In Darfur, regione del Sudan occidentale, si sta consumando una delle più gravi emergenze umanitarie attualmente in corso. Tra le 600.000 e le 800.000 persone hanno dovuto abbandonare i propri villaggi per sfuggire alle violenze e più di 130.000 profughi si sono rifugiati nel vicino Ciad.

ArmeniaNuovi orizzonti per i malati di mente e i portatori di handicap mentali
L´Armenia è stato il primo paese dell´ex Unione Sovietica in cui Medici Senza Frontiere è intervenuto, quando il paese è stato colpito dal grave terremoto del 1988. Da allora l´organizzazione ha fornito assistenza ai circa 2,5 milioni di abitanti di questo paese del Caucaso, avviando diversi progetti medici.

Foto del Ciad In fuga dal Darfur
Nel febbraio 2003, un guerra civile è esplosa nella regione del Darfur (Sudan occidentale). Due gruppi ribelli, il Sudanese Liberation Army/Movement (SLA/SLM) e il Justice and Equality Movement (JEM), un gruppo che ha preso parte al conflitto lo scorso novembre, chiedono che vengano migliorate le condizioni di vita della popolazione che vive in Darfur.

Lampedusa - Foto di Francesco Cocco/Contrasto
Lampedusa, giugno 2003. Liberiani, ivoriani, somali, approdano a Lampedusa. Fuggono dalla guerra e dalla miseria e cercano rifugio e salvezza in Italia. Dopo viaggi che spesso si trasformano in tragedie riescono a sbarcare sulle nostre coste.
Cronache dalla Liberia - Foto di Teun Voeten/Vanity Fair - Chris Hondros/Getty Images
Durante gli ultimi 14 anni, la Liberia è stata il teatro di continue guerre che ancora oggi mietono numerose vittime tra la popolazione civile. Nei mesi di giugno e luglio 2003, gli scontri per la presa di Monrovia hanno nuovamente portato sotto i riflettore le drammatiche vicende che si consumano in questo paese. Non è che l'ultimo episodio di una violenta guerra civile esplosa nel 1989.
Cronache dalla Palestina - Foto di Philippe Conti
Uno sguardo sulla popolazione palestinese assistita da medici e psicologi di MSF: il volto umano di un popolo coinvolto in un conflitto spesso definito complesso perché visto da una grande distanza.
Angola, giugno 2002 - Foto di Francesco Zizola
Francesco Zizola, fotografo dell'agenzia Magnum, si è recato in Angola per documentare le attività di Medici Senza Frontiere. Ogni giorno nuove immagini ci giungono da quella che risulta essere una delle più drammatiche crisi nutrizionali che hanno colpito il continente africano in questi ultimi dieci anni.
Angola, maggio 2002 - Foto di Sebastiao Salgado
L'inferno dell'Angola raccontato attraverso le immagini di uno dei più grandi fotografi contemporanei. Sebastiao Salgado ha visitato i progetti di MSF per documentare quella che rischia di essere una delle peggiori crisi nutrizionali che hanno colpito l'Africa negli ultimi dieci anni.
Angola, aprile 2002 - Foto di Sergio Cecchini
Mentre a Luanda, grazie alla tregua tra i belligeranti, si sta precisando la pace che tutti dicono di volere, da marzo il personale di Medici Senza Frontiere (MSF) scopre delle situazioni orribili: aree con migliaia di persone in uno stato di grave malnutrizione e in condizioni sanitarie terrificanti. Queste persone erano "prigionieri virtuali" nelle zone divenute inaccessibili a causa della ripresa della guerra nel novembre 1998, aree che rappresentavano circa il 90% del paese, caratterizzate oggi da un'indigenza e un'inedia assolute.
Angola, aprile 2002 - Foto di Sergio Cecchini
Kuito, centro nutrizionale terapeutico di MSF - Dopo una missione esplorativa nei pressi della città di Chitembo per valutare l'emergenza nutrizionale, un camion allestito da MSF porta 55 bambini gravemente malnutriti al centro nutrizionale terapeutico di Kuito. Era dal 1998 che la popolazione di Chitembo non poteva essere raggiunta dalle organizzazioni umanitarie.
Afghanistan, dicembre 2001 - Foto di Tim Driven
Attualmente MSF aiuta la poplazione afgana ad affrontare un inverno rigidissimo. L'organizzazione ha anche inviato un fotografo sul posto per documentare la situazione in cui si trova l'Afganistan. Questo reportage mostra quali siano i maggiori bisogni, sia alimentari sia logistici (ripari, tende, coperte) della popolazione afgana. Secondo MSF, la popolazione ha bisogno di un aiuto internazionale massiccio e immediato per sopravvivere ai mesi invernali.

Immagini dall'Afganistan
Attualmente MSF è presente in Afganistan (Kabul, Herat, Mazar-i-Sharif, Taloqan, Faizabad) con circa 60 volontari internazionali e 400 collaboratori locali.
Le equipe di MSF lavorano ininterrottamente in Afganistan dall'inizio dell'invasione sovietica del 1979. Guerra di occupazione, guerra civile, presa del potere da parte dei Talebani: i medici, gli infermieri e i logisti di MSF hanno vissuto queste pagine di storia a fianco di una popolazione straziata da anni di guerra. Una popolazione dimenticata, una popolazione "maledetta" come affermava un'anziana donna afgana rifugiata da troppi anni in Pakistan.

 

January 14

Le risorse finiranno...

 

 

" Mentre stiamo entrando in un nuovo anno, vorrei riflettere su come la nostra economia globalizzata sia giunta, dal punto di vista ambientale, ad una soglia oltre la quale non sia più sostenibile dalla Terra.
    Mentre tutto questo è sempre stato ben chiaro agli ecologisti, quanto sta accadendo n Cina lo ha chiarito anche agli economisti.

 

La Cina ha superato abbondantemente gli Stati Uniti nel consumo di tutta una serie di risorse di base, come il grano, la carne, il carbone, l'acciaio con la sola eccezione del petrolio.
Qualora l'economia cinese dovesse continuare ad espandersi al ritmo dell' 8 per cento l'anno, il reddito per abitante raggiungerà quello americano nel 2031.
A quel punto i cinesi, che saranno oltre un miliardo e quattrocentocinquanta milioni, consumeranno risorse quali petrolio e carta in quantità ben maggiori di quanto il mondo non ne stia producendo al momento.

Si rischia l'esaurimento del petrolio e delle foreste a livello mondiale.
Il modello economico occidentale - basato su carbone, benzina, automobile, rifiuti - non funzionerà in Cina.
E se non funzionerà in Cina non funzionerà neanche in India che, nel 2031, avrà una popolazione ancor più importante di quella cinese.
Ne tantomeno funzionerà per gli altri tre miliardi di abitanti dei Paesi in via di sviluppo che puntano anch'essi all' "american dream".

Ciò è tanto più vero per le economie dei paesi sviluppati che si troveranno a dover agire in un mondo sempre più integrato, nel quale dovranno anch'esse competere per gli stessi petrolio, grano ed acciaio.
La sostenibilità dello sviluppo economico dipende dunque dal passaggio ad un modello economico basato sull'energia rinnovabile, sul riciclo e sul riuso dei materiali nonché su un sistema diversificato di trasporto.
"Business as usual" - il piano A - non ci può condurre verso il futuro al quale vogliamo puntare.

E' il momento di passare al piano B, e di incominciare a costruire una nuova economia ed un nuovo mondo.
Il piano B si compone di tre parti:

1. una ristrutturazione dell'economia globale in modo da consentire la
sostenibilità della nostra civiltà
2. un gigantesco sforzo per sradicare la povertà, stabilizzare la crescita
della popolazione, riportare la speranza
3. un enorme sforzo per ridare un equilibrio al sistema terrestre.

Esempi di questo nuovo modello possono essere visti nelle fattorie alimentate ad energia eolica, in Europa, nei tetti giapponesi tappezzati di pannelli solari, nella quantità in rapida crescita di macchine ibride negli Stati Uniti, nella riforestazione in Corea del Sud, e nelle strade dedicate alle biciclette di Amsterdam.

Praticamente tutto ciò che ci serve per costruire il nuovo modello economico è stato fatto, o abbozzato, in uno o più Paesi.
Tutte queste considerazioni sono state approfondite e discusse nel mio nuovo libro: "Plan B 2.0", che può essere liberamente scaricato a www.earth-policy.org"

Les Brown


January 12

Il diario di Allison - Pakistan

Vi scrivo dal....Pakistan.

Cartina del Pakistan Allison Male, 36 anni, è una psicologa inglese che risiede in Belgio. Dopo la Liberia e il Burundi, il Pakistan è la sua terza missione con Medici Senza Frontiere. E' arrivata in Kashmir pochi giorni dopo il terremoto e il suo compito è quello di offrire supporto psicosociale ai superstiti del disastro. Oggi pubblichiamo il suo diario.

11 ottobre

Ho appena ricevuto una telefonata dal mio recruiter . "Allison, abbiamo bisogno di te in Pakistan, ci vuoi andare?".

Mi ci sono voluti due secondi per decidere.

13 ottobre

In aeroporto, in attesa del mio aereo per Islamabad. Mi sento in qualche modo agitata e impaurita. Spero proprio di essere abbastanza forte da riuscire ad affrontare tutte le sofferenze che il terremoto ha provocato.

14 ottobre

Mi trovo su un furgone, in viaggio verso Bagh, una provincia gravemente danneggiata dal terremoto dove il nostro aiuto è veramente necessario. Vomito per tutto il viaggio. Spero che non sia una somatizzazione del mio nervosismo ma forse è solo la British Airways che mi ha rovinato lo stomaco.

Il viaggio è lento, tanti altri furgoni stracolmi di beni di soccorso si dirigono verso Bagh. Familiari e altre persone colpite dalla catastrofe…tutti in qualche modo vogliono dare una mano.

E' come se dietro a ogni curva pensassi di trovarmi di fronte a questa immensa distruzione… ma è tardi ed è buio quando arriviamo a Bagh. Una parte del team ha organizzato una base al Girls College. L'edificio a tre piani è crollato completamente, ci sono tra i 40 e i 50 corpi nel seminterrato. L'immagine di queste ragazzine che gridano aiuto mi attraversa la mente… ma la ricaccio indietro.

15 ottobre

Uscendo dalla tenda mi immergo nella realtà di Bagh. Ci sono pietre e polvere dappertutto, solo pochi edifici sono rimasti in piedi. La città è completamente sottosopra. Qualche medico volontario ha predisposto delle tende. Gente in fila, con tutti i tipi di ferite. Familiari trasportati su letti o sulle spalle: le ferite hanno un aspetto terribile ma quello che mi colpisce di più è la disperazione che c'è nei loro occhi.

Intanto arrivano nuovi furgoni, le persone si accalcano attorno nella speranza di trovare cibo e tende. Presto arriverà l'inverno… come faranno a sopravvivere senza una casa?

Mi domando da dove posso cominciare. Cosa posso fare per alleviare il dolore di queste persone, quando tutto intorno è distruzione, quando non hanno neanche le cose più essenziali? So che è importante essere disponibili ad ascoltare e a capire quello che hanno passato. So che se gli do spiegazioni e le rassicuro in merito alle reazioni fisiche e psicologiche cui possono andare incontro potrei aiutarle a riprendere il controllo della loro vita. So che devo dare supporto a queste persone per rafforzare i loro naturali meccanismi di risposta e metterle così in condizioni di superare la crisi… ma da dove cominciare?

17 ottobre

Ho deciso di andare a trovare la preside del Girls College , che vive molto vicino alla scuola e alla nostra base. Mi accoglie in quella che sembra essere una cucina, l'unico posto rimasto con le pareti intatte dopo il terremoto. Mi racconta di come la terra ha tremato l'8 ottobre alle 8 e 55, di come è caduta a terra e da lì ha assistito al crollo della scuola. Le sue studentesse gridavano, chiedendo aiuto. Vedo che ha le lacrime agli occhi. Dice che vorrebbe andarsene a Islamabad ma sente che non può partire fino a quando non saranno recuperati tutti i corpi rimasti sotto l'edificio scolastico.

In quel momento entrano due studentesse. Sono sopravvissute e sono venute a trovarla per vedere se ha bisogno di qualcosa.

Poi le guardo mentre si mettono sedute vicine a pelare l'aglio e a tagliare i pomodori. Le cose normali possono essere una grande cura… Mi invitano ad andare a vedere la loro casa distrutta, quindi attraversiamo il fiume, dall'altra parte delle montagne. Lungo la strada incrocio delle persone che cercano qualcosa tra le pietre, cercano di recuperare qualche oggetto. Una delle ragazze mi dice che perdere la casa è stato come perdere sua madre. La sua casa, un tempo accogliente e sicura, un luogo affollato di ricordi e di familiari. Il suo viso diventa triste mentre conclude che non sarà mai più in grado di ritrovare questa "casa".

18 ottobre

Sono andata in giro a cercare persone che abbiano voglia di lavorare con me. Sembrano tutti molto occupati con la propria sopravvivenza, sembra un compito impossibile. Qualcuno dice che l'80% della popolazione di Bagh è morta, 2/3 di ogni classe d'età. Al momento del terremoto molti bambini erano a scuola e molte donne erano in casa, intente ad accudire la famiglia.

Vedo sempre più macchine stracolme di famiglie che abbandonano questa zona. La gente mi dice che è stata la volontà di Dio, che Dio li ha puniti per i loro peccati. Per caso conosco Fatma, che lavorava come insegnante elementare alla Pearl Valley School. E' riuscita a portare tutti i bambini fuori dall'edificio. Si annoia a stare sotto la tenda e ha molta voglia di aiutarmi.

19 ottobre

Abbiamo cominciato dando il nostro supporto a ciò che rimane del District Hospital. I pazienti affluiscono numerosi, alcuni feriti sono rimasti nel loro villaggio per giorni senza ricevere alcun aiuto.. Mi sono seduta sui letti dei pazienti, con Fatma vicino che traduceva e ascoltava le loro storie.

Racconti di come avevano perso le persone care, di come avevano cercato di estrarre i loro bambini dalle macerie, senza riuscirci. Mentre parlano le lacrime vengono giù, all'inizio cercano di nasconderle, ma quando dico che piangere fa bene è come se qualcosa dentro di loro si spezzasse. Per cui restiamo seduti in silenzio, io tengo loro la mano.

20 ottobre

Abbiamo avviato un ambulatorio a Birpani, un villaggio a 20 chilometri da Bagh. Tutte le strutture sanitarie sono crollate.

Spiego alle persone in attesa sedute fuori sulle panche perché mi trovo qui, mostro loro la sedia dove Fatma e io possiamo ascoltarle. Ad una ad una, le persone entrano per parlare con noi. Il primo uomo mi racconta di aver perso moglie e tre figli nel crollo della casa che aveva costruito con le sue mani. Si vergogna di piangere davanti a me, essendo un uomo, e quando gli chiedo dove riesce a trovare la forza di andare avanti, comincia a condividere le sue lacrime con me.

Un altro ragazzino mi racconta che lo scorso sabato ha comprato un succo di frutta per la sua sorella maggiore, come fa ogni sabato. Ma quando è arrivato a casa sua sorella era morta sotto alle macerie. Adesso non sa a chi dare il succo di frutta.

Così tante storie… così tante perdite. Mi chiedo come farà questa gente a trovare la forza di riprendersi.

Raccolgo le sedie e chiedo a Fatma come si sente.

Qualcuno mi chiama… è l'uomo che ho visto per primo oggi. Mi offre una verdura del suo orto. "Che Dio benedica te e la tua famiglia" dice. E ho capito quanto sono fortunata.

21 ottobre

Sento il bisogno di rivedere i pazienti all'ospedale. Vedo che il loro dolore fisico sta diminuendo, ma il dolore emotivo aumenta. La gente sta cominciando a realizzare ciò che ha perso ed è preoccupata per il futuro. I familiari dei pazienti stanno seduti insieme a condividere il loro dolore.

22 ottobre

Un altro ambulatorio è stato predisposto oggi alla nostra base del Gi rls College. La gente che arriva ha disturbi lievi e un gran bisogno di raccontare la propria storia.

Oggi all'ospedale sono nati tre bambini. La vita continua. Anche i miracoli: un neonato, intrappolato per 10 ore sotto le macerie è riuscito a sopravvivere, ma ha la polmonite.

Mi sento come se camminassi in un mondo irreale. Sta ricominciando la vita normale, i negozietti con la verdura fresca riaprono, la gente fa il bucato. Ma sullo sfondo di queste immagini, vedo una città completamente distrutta e so che sotto qualche edificio ci sono altre vittime del terremoto.

In alcuni punti della città sento l'odore della morte e immagino la vita della gente prima che venisse travolta dal terremoto.

25 ottobre

Oggi una donna mi ha chiesto se mangio e se dormo bene. Mi aveva appena raccontato che erano morte 300 persone nella sua comunità, a Mallot, e che aveva perso 7 familiari. Le ho detto di essere stupita del fatto che lei si interessasse a me e le ho chiesto se ci fosse qualcuno che si prendeva cura di lei. Dopo si è messa a parlare senza fine con me, raccontandomi di quando pettinava i bellissimi capelli della figlia, di come fosse orgogliosa di suo figlio che era tornato a casa con tre lauree. Mi ha raccontato dei suoi 25 anni spesi nell'educazione e nella cura dei figli e di come Dio se li sia portati via in due minuti. E di come avrebbe voluto che si prendesse presto anche la sua vita perché non vedeva alcuna ragione per continuare a vivere.

Ho sentito dire di uomini che si sono uccisi con un colpo di pistola, circondati dai cadaveri dei familiari, incapaci di trovare un motivo valido per continuare a vivere. Spero solo che le loro anime trovino la pace.

Mi preoccupo soprattutto dei pazienti dell'ospedale, in particolare i bambini sono quelli che mi colpiscono di più. Quella espressione di dolore negli occhi, di perdita della gioia di vivere. Qualcuno non vuole mangiare, altri si rifiutano di parlare e una bambina si è messa a strillare appena ho dato un'occhiata alla sua gamba ingessata.

Gli abbiamo dato delle matite e gli leggiamo delle storie per riportare un po' di normalità in questa vita anomala.

26 ottobre

Da due settimane aveva la febbre alta e aveva perso dieci chili. " Allison , potresti parlare con quest'uomo?". Ho scoperto che nelle due settimane successive al terremoto aveva fatto parte di una squadra di salvataggio, e aveva estratto i cadaveri dalle macerie. Mi ha raccontato delle braccia e delle gambe che ha trovato sparse tra le macerie, ma la cosa peggiore è stata quando ha dovuto amputare un braccio e una gamba a suo cugino per poi tirarlo fuori cadavere dalle macerie. "Ti senti in colpa?" gli ho chiesto. Ha annuito e il corpo ha cominciato a tremare. Poi gli ho chiesto se riusciva a perdonarsi e allora mi ha subito sorriso. "Solo Dio può perdonare" mi ha risposto.

27 ottobre

Mi preoccupa questa bambina di sette anni. Ha perso la sorella maggiore nel terremoto e si è fratturata una gamba. Sul letto c'è la sua Barbie, ma lei sta attaccata alla sciarpa della madre, e mi guarda con occhi vuoti. Ho cercato di leggerle delle storie, le ho fatto vedere dei libri da colorare, ma non riesco a suscitare il suo interesse.

Decido di darle un po' di tempo e di andarla a controllare nel pomeriggio.

Quando torno nel pomeriggio la mia interprete mi dice che la bambina è stata dimessa e si è portata via il libro da colorare. Sono molto contenta che l'abbia fatto…

C'è il Ramadan e la gente di qui continua a digiunare malgrado la loro situazione sia così difficile. Mi piace quel momento della giornata in cui la gente si prepara a interrompere il digiuno. Decido di tornare a piedi dall'ospedale, mentre il sole sta tramontando sulla città devastata. Mentre cammino sento l'odore dell'incenso. Vedo le famiglie radunarsi al cimitero. Noto che l'orologio cittadino si è fermato alle 8 e 45, alle 8 e 55 è iniziato il terremoto.

Mentre vado in giro mi sento come una regina: la gente mi saluta o mi ringrazia dell'aiuto che ho dato loro. Queste persone sono veramente speciali, malgrado abbiano sofferto perdite immense, il loro cuore ha ancora la forza di accogliermi.

28 ottobre

Non l'ho quasi riconosciuta quando mi è passata accanto ma poi mi sono ricordata di averla vista alla clinica qualche giorno fa. La bambina, 6 anni, era stata portata dal padre perché dal momento del terremoto non aveva più voluto mangiare. Le ho chiesto quale fosse il suo cibo preferito e lei mi ha risposto una mela. Al momento del terremoto si trovava da una zia che vive lontano da Bagh e quando è tornata la sua casa era completamente distrutta. Non le piaceva vivere in una tenda e si domandava che fine avessero fatto tutti i suoi giocattoli. Le ho dato delle vitamine, dicendole che le vitamine erano come le mele e che se avesse avuto di nuovo voglia di mangiare una mela poteva smettere di prendere le vitamine.

Stamattina aveva un aspetto molto diverso. Ho salutato il padre secondo l'usanza locale e gli ho chiesto come stava la figlia. Molto meglio, mi ha detto, e mi ha ringraziato per l'aiuto. Se ne sono andati tenendosi per mano. Poi all'improvviso lei è tornata indietro correndo e mi ha detto: "Ieri ho ricominciato a mangiare le mele…".

29 ottobre

Non ho potuto fare a meno di guardargli le mani perché mentre parlava gesticolava tantissimo. Poi mi ha raccontato che prima del terremoto faceva il falegname. Ha perso una figlia di cinque anni e sua moglie è rimasta gravemente ferita, ma lui sta bene e ha ancora queste mani… queste mani che non vedono l'ora di rimettersi a lavorare, a ricostruire la sua casa distrutta, ma non ci sono attrezzi per rimettersi al lavoro. Mi rendo conto che è un uomo orgoglioso, un padre responsabile. Al momento del terremoto, stava facendo il fuoco vicino casa e in due minuti ha visto le tombe esplodergli intorno, ossa e pietre volavano in aria come pezzi di ovatta, ha raccontato.

Quando chiedo alle persone cosa provano, spesso mi dicono che è come se avessero un macigno sulla testa, un grande peso sulle spalle. Ma quest'uomo ha anche un peso sul cuore. Mi ha detto di voler vivere la sua vita in modo giusto, che gli riesce difficile chiedere aiuto e così è successo che molte persone del suo villaggio hanno già ricevuto le tende, mentre lui è rimasto senza. E lo ha ferito veder diventare così egoisti gli altri membri del suo villaggio, prima tanto altruisti. Le sue mani si sono chiuse a pugno, questa cosa lo faceva proprio arrabbiare.

Poi le sue mani si sono aperte di nuovo verso di me quando gli ho detto che lo ammiravo per il coraggio dimostrato con la sua scelta di vita e che ero convinta che lui possedesse la forza necessaria per togliersi questo peso dal cuore.


31 ottobre

Le richieste individuali di cure psicologiche aumentano ogni giorno. Per poter raggiungere un maggior numero di persone, ho deciso oggi di iniziare a fare consulenza di gruppo. Erano presenti tre uomini molto diversi tra loro, ma tutti e tre stavano vivendo la stessa esperienza: il cambiamento portato nella loro vita dal terremoto.

Anche se le loro storie erano molto diverse, avevano molte cose in comune. Paura di un nuovo terremoto, senso di colpa per non aver avuto la forza di fare il Ramadan, preoccupazione per l'immediato futuro – dove avrebbero trascorso i mesi invernali? – preoccupazione per il futuro più a lungo termine – che ne sarebbe stato dell'istruzione dei loro figli?

Un uomo, un insegnante, è rimasto ferito nel portare in salvo i 30 bambini della sua classe ma ha perduto 65 familiari. "Continuo ad avere questo sogno" ha detto "vedo tutti i miei familiari vivi e decidiamo di fare una gara di corsa. Incominciamo tutti a correre ma... ma io sono l'unico a farcela ad arrivare fino alla fine".

1 novembre

Sono 20 giorni che MSF è arrivata qui a Bagh, nel Kashmir.

A 20 giorni dall'arrivo a Bagh, ci sono 31 espatriati che lavorano nel team e 100 persone dello staff nazionale che danno una mano; diamo supporto all'ospedale del distretto fornendo assistenza medica, psicologica e logistica. Inoltre ci occupiamo di: gestione di un ambulatorio per le cure primarie a Bagh, Birpani e Mallot, nel quale è sempre presente uno psicologo; missioni di valutazione che vanno in diverse zone del distretto per verificare dove sono ancora necessari gli aiuti e anche per dare assistenza medica se trovano dei pazienti; distribuzione di materiali edili, kit igienici e tende per le popolazioni più indebolite e che vivono in zone remote; ma anche valutazione delle necessità idriche e fognarie e supporto idrico e fognario in tutte le strutture di MSF. L'ultima è stata un'azione di promozione dell'igiene presso la popolazione colpita.

Dopo 20 giorni mi sembra di essere stata qui molto più a lungo. E' il fatto di entrare in contatto con le emozioni più profonde di queste persone a rendere tanto più intensa la mia esperienza?

Oggi ho conosciuto Omer, che ha perso il suo migliore amico nel terremoto. Giocavano a pallone insieme e ha detto che il suo amico riusciva ad acchiappare qualsiasi tiro. Gli ho chiesto di fare un disegno per il suo amico e di tenerlo in tasca fino a quando non fosse in grado di andare a trovare i suoi familiari. Gli ho anche chiesto di disegnare il giorno del terremoto. Il disegno era pieno di morti, di gente che gridava aiuto da sotto le macerie... "Questo sono io" ha detto, un bambino che corre su una strada che si sta sgretolando, e che trascina suo fratello tirandolo per mano. Gli ho chiesto se aveva paura di un nuovo terremoto, che viene previsto da molti. "No" mi ha detto con il suo viso saggio... "Se la gente può davvero prevedere i terremoti allora avrebbero previsto anche il terremoto dell'8 ottobre".

2 novembre

E' cominciato verso le 3 del pomeriggio, il cielo è diventato scuro e si è alzato il vento. All'improvviso tuoni e fulmini nel cielo. Ho visto il viso della mia collega pachistana diventare bianco... "è come il giorno del terremoto" ha detto. Subito dopo ho sentito i bambini dell'ospedale che piangevano, ho avuto uno spasmo allo stomaco e allora sono andata nei reparti e sono rimasta sopraffatta da quello che ho visto... persone con i volti pieni di paura, famiglie intere che si tenevano strette insieme, con i bambini in braccio. All'improvviso mi sono resa conto di come queste persone debbano vivere ancora nella paura.

"Quali sono finora le tue impressioni" qualcuno mi ha chiesto oggi e "in che modo svolgi qui il tuo lavoro di psicologa?". Allora gli ho parlato dei progetti medici gestiti da MSF qui, nei quali è presente uno psicologo. Quando il medico si imbatte in un paziente che lamenta disturbi psicosomatici come mal di testa, dolori generalizzati al corpo, mal di stomaco, ecc., il paziente viene mandato dallo psicologo. Alcune persone arrivano chiedendo direttamente dello psicologo. E poi raccontano la loro storia, la storia di ciò che hanno perso ma raccontano anche della paura, ancora presente nella loro vita. Insieme al paziente cerco di individuare quali sono le sue preoccupazioni maggiori , le sue risorse e le sue capacità di risposta alle difficoltà e i prossimi passi da fare. Cerco di spiegargli che le loro reazioni e le loro sensazioni sono normali. E loro mi ascoltano e capisco dai loro visi che raccontare la loro storia gli ha fatto bene, alcuni dicono che per la prima volta sono riusciti a esprimersi in questo modo. Io mi sento onorata di essere questa prima persona...

3 novembre

"Mi sento tanto triste" mi ha detto quando gli ho chiesto in che modo potevo aiutarlo. Davanti a me c'era il leader religioso di un villaggio vicino, la lunga barba bianca, i miti occhi castani pieni di lacrime. Io pensavo che la sua tristezza fosse dovuta alla perdita di una persona ma poi mi ha spiegato che la sua tristezza era dovuta alla preoccupazione per il futuro della sua gente. "Questi sono tempi in cui si dovrebbe stare vicini a Dio" ha detto " ma invece vedo che le persone intorno a me si stanno allontanando sempre di più da Dio, vedo gente del villaggio che si dà allo sciacallaggio, che strappa le cose dalle mani del vicino. Gli umani diventano come animali quando si tratta di sopravvivere".

Questa situazione lo ha bloccato al punto da non essere più in grado di pregare o di parlare di fede alla sua comunità.

Gli ho chiesto cosa potesse fare, essendo un importante leader religioso. Ha fatto un lungo respiro e ha detto che avrebbe aspettato che le persone tornassero alla vita normale, allora lo avrebbero ascoltato. Ma perché aspettare, gli ho chiesto. Ho visto la sua schiena tornare dritta. Gli ho detto che sarei stata onorata di collaborare con lui nel suo villaggio e che tra i miei compiti c'era anche quello di andare nelle comunità per informare le persone in merito alle possibili reazioni post-terremoto e a spiegare loro cosa fare, come comunità, per aiutare gli altri a superare quella difficile situazione.

Gli è tornata la luce negli occhi mentre fissava la data e l'orario della mia visita al suo villaggio. "Kotera Must Han è il nome del mio villaggio" ha detto, e si è messo a pregare per me e per la mia famiglia.

5 novembre

Oggi pomeriggio ho camminato per le strade di Bagh insieme alle altre persone del team. Tutti si scambiano gli auguri di Eid Mubarak . Il Ramadan è finito e sono cominciati tre giorni di festeggiamenti.

Ogni giorno riapre qualche negozio e la città è leggermente più animata eppure una nuvola di tristezza avvolge ancora Bagh

Non ci sono vestiti nuovi per i bambini, non si può andare a trovare i familiari che non sono sopravvissuti al terremoto, mancano i soldi per comprare il cibo per l'eid ... nessuno ha veramente voglia di festeggiare e ne comprendo il motivo.

Il team di igiene mentale si sta allargando: ai due psicologi espatriati si sono aggiunti due psicologi nazionali e 3 assistenti sociali e avremo bisogno di altre persone ancora perché su una cosa sono tutti d'accordo: c'è un enorme bisogno di assistenza psicosociale per aiutare questa gente a superare il giorno che ha cambiato loro la vita.

January 05

volti di guerra




lo so, è angosciante... ma è reale. Ed ignorarlo è il vero crimine.

la storia di Bilal

 

  
Bilal è un cittadino sudanese di 22 anni. La sua testimonianza         è stata raccolta nel mese di novembre 2003 da un'operatrice di         Missione Italia nei pressi della stazione romana di Tiburtina dove cinquecento         richiedenti asilo vivono in diverse palazzine abbandonate
        Questa è la sua storia.

     

Sono nato e cresciuto nell'area rurale della regione di Darfour. Ho trascorso         lì gran parte della mia vita con la mia famiglia e la comunità         del villaggio. Vivevamo coltivando la terra, in modo semplice. La nostra         lingua è un dialetto africano dalle radici molto antiche.

     

Poi è arrivata la guerra nella regione del Darfour. Un giorno         le truppe governative hanno attaccato il mio villaggio. I soldati hanno         distrutto ogni cosa, bruciato le case e ucciso civili innocenti. In seguito         a questo primo attacco ho assistito inerme alla stessa scena ogni giorno.         L'obiettivo dei soldati era cancellare il villaggio la mia gente a parlare         arabo e a rinnegare le nostre radici profondamente africane.

     

Alla fine i militari sono entrati anche in casa mia. Non dimenticherò         mai quegli attimi. I soldati hanno iniziato a sparare all'impazzata. Mio         padre, i miei due fratelli e mio zio sono morti sul colpo. Gli uomini         armati dopo averli ammazzati a sangue freddo sono usciti nel cortile ed         hanno sgozzato tutti gli animali che possedevamo, la nostra unica fonte         di sopravvivenza. Infine hanno dato fuoco alla casa.

     

Il villaggio era in fiamme, ovunque confusione. I soldati arrestavano         tutti i giovani del villaggio. Sapevo che le persone arrestate venivano         rinchiuse nella prigione della città di Al Fashir. Sapevo anche         che quello è un posto orribile dove i prigionieri vengono torturati.

     

Ero sotto shock e disperato per i miei parenti, la mia casa, la mia vita.         I militari sicuramente mi stavano cercando. Sono fuggito ed ho trovato         rifugio in una casa abbandonata fuori dal villaggio. Sono rimasto nascosto         lì per tre lunghi giorni. In quella casa non c'era assolutamente         nulla. Al minimo rumore ero pronto a fuggire o a morire.

     

Intorno a mezzanotte del terzo giorno sono uscito dalla casa e ho raggiunto         mia madre nascosta nella casa di uno dei miei zii. E' stata l'ultima volta         che l'ho vista. Piangeva disperatamente e continuava a ripetermi di fuggire,         scappare per avere salva la vita. Uno zio mi ha dato tutto ciò         che possedeva al momento: 2000 dollari, una piccola fortuna per il Sudan.

     

E' stato in quel momento che ho detto addio alla mia terra e ho iniziato         il mio lungo viaggio verso l'Italia. La notte seguente sono arrivato ad         Al Fashir. Lì ho trovato un passaggio su un camion che mi trasposrtato         fino in Libia. Era il 10 maggio 2003. Sul camion c'erano altre cinque         persone ma non conoscevo nessuno di loro. Per quel passaggio ho dovuto         pagare 250$. E' stata un'esperienza durissima: il deserto è il         vero nemico degli esseri umani. Le temperature di giorno sono altissime         specialmente d'estate, la notte il freddo ti spezza le ossa.

     

Il deserto è il cimitero senza croci delle migliaia di persone         in fuga dalla guerra e dalla fame: ho visto scheletri e cadaveri lungo         il tragitto, ho visto corpi abbandonati di uomini e donne.
        Arrivato in Libia sono riuscito a contrattare con i soldi che avevo un         viaggio per l'Italia. Per questo viaggio ho dovuto sborsare 1400$ ad un         uomo egiziano. Era praticamente tutto quello che mi era rimasto.

     

L'appuntamento era nel cuore di una notte, in una spiaggia lontana dal         centro abitato. Sono salito sulla barca eravamo 132 persone tutte stipate         in uno spazio strettissimo, non potevo nemmeno muovere le gambe. La maggior         parte di noi proveniva dal Sudan ma con noi viaggiavano anche marocchini,         egiziani, ghanesi e somali.

     

La traversata è stata difficile: tre giorni di navigazione in         cui mancava costantemente acqua, cibo e carburante.

     

Alla fine siamo arrivati a Lampedusa, dove ci hanno sistemati in un centro         e rifocillati. Un'infermiera di Medici Senza Frontiere mi ha visitato.         Durante le procedure d'identificazione ho presentato la mi domanda d'asilo         allo stato italiano.

     

Dopo un paio di giorni siamo stati trasferiti a Crotone in un altro centro.         Qui ho atteso alcune settimane prima di ricevere il mio permesso di soggiorno         ed un contributo in denaro.

     

Sono salito su un treno diretto a Roma. Alla stazione Termini ho incontrato         un Sudanese è stato lui a suggerirmi di venire qui a Tiburtina         dove ora vivo. Sono passati quattro mesi da quel giorno.

     

Ieri ho telefonato ad un mio amico ad Al Fasher per avere notizie da         casa. Nel mio villaggio manca la luce e nessuno possiede un telefono,         per avere notizie devo chiamare la città.

     

Il mio amico mi ha raccontato cose molto preoccupanti sulla situazione         nel Darfour. Le truppe governative continuano ad attaccare il mio villaggio.         Bruciano tutto, uccidono civili e arrestano chiunque. Solitamente arrivano         nel cuore della notte quando tutti stanno dormendo.

     

Molti sudanesi della mia area si sono dati alla fuga, cercano di raggiungere         il confine con il Ciad. Lì alcune organizzazioni, tra cui Medici         Senza Frontiere, hanno costruito campi che accolgono i rifugiati. Il problema         è che il governo insedia persone a lui fedeli nei villaggi abbandonati,         sono veri e propri coloni.

     

Qui in Italia ho molti problemi: guardate dove e come vivo. Voglio andare         a scuola e imparare l'italiano, sono giovane e forte e credi di poter         fare ancora qualcosa nella mia vita. Vorrei andare a scuola: in Sudan         era molto difficile ricevere un'istruzione. Ogni giorno dovevo camminare         più di 10 km al giorno per raggiungere la scuola. E anche qui l'insegnante         cercava di costringerci a parlare sempre e solo arabo. Quando la guerra         ha raggiunto la mia regione le scuole sono state tutte chiuse. Dal quel         momento ho iniziato a lavorare nei campi con mio padre.

     

Anche se qui la vita è molto difficile sono felice di stare in         questo paese. Per la prima volta nella mia vita mi sento libero e capisco         che cosa significa democrazia: per la prima volta posso dire senza timore         quello che penso. Per nulla al mondo tornerò nel paese che ha sterminato         la mia famiglia e distrutto la mia vita.

 


January 04

udio...è fatta...

ragazzi... ummm, come dire... mi sono innamorato... ma di brutto eh... proprio perso... cosa aggiungere? mah... fate voi. Io sono felicissimo... hihi!
December 27

Mio Padre!

   
Battisti Claudio

 

A 24 anni non ancora compiuti Claudio Battisti era già consigliere federale, senz'altro il più giovane nella storia della FISI. Sei anni dopo, nel 1970, lasciava l'incarico, in occasione dell'assemblea straordinaria di Lignano. Sarebbe stato rieletto ma ha preferito mollare un ambiente nel quale non si riconosceva più, poiché un certo tipo di politica aveva preso il posto dello sport. "In FISI ero venuto per fare sport. Se avessi inteso far politica, disse in quell'occasione, lo avrei fatto più comodamente dalla mia posizione di sindaco”. A fargli prendere questa drastica decisione un colpo basso che non si aspettava, l'ufficializzazione anticipata del siluramento di Siorpaes, l'allenatore della squadra femminile di sci alpino, che doveva restare confinata nell'ambito federale finché lo stesso Battisti, che di Siorpaes era amico, non gliel'avesse comunicato di persona. La notizia se la trovò sbandierata a grossi titoli sui giornali mentre era sulla strada di Cortina, vedendosi così vanificata quella doverosa forma di rispetto verso il tecnico e verso l'uomo che Claudio si era proposta. L'ennesima dimostrazione del livello toccato in quel momento a seguito della lotta di potere in atto fra il milanese Vaghi e il trentino Conci per la presidenza federale.

Una lotta fra Comitati, e questa è stata la goccia che ha fatto traboccare un vaso già pieno di amarezze e di indebite intromissioni. Non ultima l'opposizione della Federazione italiana, per il semplice fatto che non era partita dal suo interno,  alla nomina dello stesso Battisti a presidente della Commissione giovani FIS del fondo che il presidente della federazione sovietica, Jury Kursov, aveva proposto alla federazione internazionale. Dimissioni irrevocabili, seguite dall'abbandono anche dell'iniziativa di cui era stato animatore fino a quel momento, quella Settimana internazionale del fondo che aveva portato in Italia fior di campioni a gareggiare a Castelrotto, in Val di Non e in Val di Sole. Nel 1971 l'ultima edizione della gara di Ronzone, paese di cui Battisti è stato sindaco per due mandati, dal 1969 al 1978; da quel momento la "Settimana" sarebbe continuata solo a Castelrotto e in Val di Sole.

Allo sci ci era arrivato quasi per caso perché il suo sport, nel quale poteva giocare buone carte, era il tennis. Se la cavava tanto bene da essere invitato a Parigi per un torneo internazionale giovanile. Il padre, però, gli impedì di recarsi nella capitale francese poiché la trasferta della squadra italiana era stata prevista in aereo, che riteneva pericoloso, e non sarebbe stato possibile ripiegare sul treno; allora, per rabbia e per ripicca, lui attaccò la racchetta al chiodo. Studente e poi impiegato in banca a Bolzano, divenne giudice di gara e cronometrista (nella foto ad una partenza con Kostner e Felice Darioli) e, in questa veste, cominciò a occuparsi anche di sci per il Comitato zonale, nel cui ambito, pur senza rivestire alcuna carica, dava una mano  al presidente Malpassi. Nel luglio 1964, all'assemblea per il rinnovo del Consiglio federale, Malpassi venne eletto, ma andò a scontrarsi con la  nuova norma che rendeva incompatibile la carica di presidente zonale con quella di consigliere federale. Rinunciò al Consiglio federale e propose Battisti al suo posto. Avvenne così che, a 24 anni, si trovò a far parte del massimo consesso e il suo primo incarico a livello internazionale fu una riunione della FIS a Berna, dove francesi e tedeschi tenevano banco. In quell'occasione, per la prima volta, si alzò a contestare le loro decisioni e a cercare di far valereil punto di vista italiano. Senza peli sulla lingua, ma altrettanto abile a mediare, e fu per questo che il CT del fondo, Vittorio Strumolo, gli chiese di fare il capodelegazione in occasione dei Mondiali di sci nordico a Oslo, nel 1966. Dalla Norvegia l'Italia tornò con la medaglia di bronzo della staffetta maschile (De Florian, Stella, Nones e Manfroi) e proprio in quell'occasione, vedendo la folla che seguiva le gare iridate, si rese conto delle potenzialità turistiche del fondo.

Nacque così l'idea di dar vita in Italia ad una manifestazione internazionale che attirasse anche i campioni e non soltanto gli atleti di seconda fascia che i Paesi scandinavi mandavano allora a Reit im Vinkl o alla Coppa Consiglio della Valle d'Aosta o alla Coppa svizzera, le uniche gare "continentali" di un certo peso. Era anche un modo per rispondere alle benevole critiche di B.H. Nilsson, l'allenatore della nazionale italiana(il primo a sinistra, con Strumolo e Battisti) che mandava gli azzurri ad allenarsi per più di due mesi a Volodalen, costringendoli a passare Natale e Capodanno in Svezia. Sosteneva che quello era l'unico modo per prepararsi bene accumulando chilometri al livello del mare piuttosto che in quota come nelle nostre località montane, e per potersi misurare con i campioni del Nord nelle gare di prestigio che si effettuavano durante le feste. Tanto più che in Italia non si era capaci di organizzare gare di identica levatura. Battisti, che di Nilsson era grande amico, riuscì a farsi assegnare dall'assessore regionale al turismo Angeli un contributo di 4 milioni che gli permise di replicare alle osservazioni dell'allenatore svedese della nostra nazionale, mettendo in piedi la Settimana Internazionale del fondo. Un circuito di gare a Ronzone, Castelrotto e Dimaro. Una scelta ben precisa e “politica” quella delle località: di Ronzone, dove sarebbe stata effettuata la prima diretta TV di una gara di fondo, era il sindaco, mentre Dimaro era il paese del presidente della Provincia autonoma di Trento, Kessler. Solo nel '69 la rinuncia di Ronzone a favore di Castello di Fiemme, per dar modo al suo paese natale di festeggiare la vittoria olimpica. Castelrotto, invece, servì a "tener buoni" gli altoatesini di lingua tedesca, unitamente alla scelta di Bepi Aussendorfer come responsabile dell'ufficio stampa.

La prima edizione nel 1967, favorita dal rapporto che in precedenza Claudio(nella foto al congresso 1964, con il segretario del CONI Fabjan) aveva instaurato con Vladimir Pacl, il segretario generale del CONI cecoslovacco che era un pezzo grosso della Commissione FIS del fondo. Ne uscì fuori anche uno scambio di voti che permise all'Italia, che era in concorrenza con la Svizzera, i Mondiali di sci alpino del 1970, disputati in Val Gardena, mentre quelli di sci nordico andarono a Vysoke Tatry, in Cecoslovacchia. Di Vladimir divenne poi talmente amico che, quando nel 1972 fuggì da Praga per non restare sotto il dominio sovietico, instaurato con i carri armati, trovò rifugio proprio a Ronzone, dove il profugo cecoslovacco, al quale era stato affidato l'incarico di direttore della piscina, costituì il primo centro turistico di fondo italiano, diede vita alle prime tre gare di orientamento e alla prima scuola di sci di fondo.

Alle Olimpiadi di Grenoble, nel 1968, Battisti fu il consigliere responsabile delle squadre di fondo e di slittino; di quest'ultima era anche il commissario tecnico. Se ne tornò con le medaglie d'oro di Franco Nones e di Erika Lechner  e fu riconfermato dall'assemblea per il rinnovo del Consiglio federale. Ottenne tutti i voti della società, meno uno, quello di Fabi. Come detto, si dimise nel 1970, organizzò ancora una volta la gara di Ronzone della settimana del fondo e poi, in pratica, abbandonò lo sci ad alto livello. Da sindaco, invece, si dimise quando  ristrutturò l'Albergo Stella delle Alpi, che era di una prozia, per gestirlo in prima persona insieme alla moglie, lasciando il suo lavoro presso l'Enpadep, la cassa malati dei parastatali.


fonte: www.fondoitalia.it

 


 
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